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Il rapporto di dipendenza totale tra la città – i suoi limiti, i suoi tracciati viari e le sue previsioni di sviluppo – e i sistemi fortificati si radica a partire dalla fine del XV secolo, da quando le urgenze della guerra plasmano la città nel suo margine fortificato e nelle sue parti più interne: la forzata convivenza tra “civile” e “militare” ha innescato la definizione di progetti urbanistici per interi centri abitati e, in particolare, per quella parte di tessuto a ridosso delle mura che, necessariamente, di volta in volta ha dovuto soccombere al nuovo circuito fortificato più strutturato e razionale, conducendo non di rado a sofferti sacrifici. Il ripensamento strutturale dell’apparato fortificato dell’intero stato, concepito come un sistema coordinato e non come un insieme di singole unità, porta, anche, a demolizioni di strutture preesistenti ritenute inutili o addirittura dannose(2). Dagli studiosi è stato più volte posto l’accento sul condizionamento delle molte scelte “militari” mettendo in luce, attraverso lo scavo archivistico, il processo di formazione delle città fortezza e il ruolo interpretato dagli ingegneri militari nella progettazione urbana. Le urgenze belliche incidono pesantemente e per lungo tempo sulla città “civile”. La costruzione delle città in età moderna e le scelte operate nell’espansione urbanistica ottocentesca si fondano, infatti, sulla costruzione, sul potenziamento e, in ultimo, sulla demolizione dei sistemi fortificati. La città e i territori oggi mantengono a volte in maniera evidente, a volte in luoghi nascosti, le cicatrici di questo passato “militare”, frutto di uno stretto connubio tra guerra e scienza, tra committenti e professionisti, tra architettura civile e architettura militare. |